martedì 26 febbraio 2008

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Tredicesimo Capitolo
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Leo Terni 76 - Brico Center Deruta 66
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“Com’è finita Reggina-Juve?”, mi chiede un signore fuori dal Palasport di Terni. Dentro c’era la nostra partita, fuori c’eravamo noi due, che fumavamo. Tra noi due e la partita di basket dentro c’era un vetro molto opaco e un’espulsione nei miei confronti: queste due cose ci separavano dai giocatori e dal pubblico e dal gioco in generale. Stava per riprendere il quarto quarto.
Il gioco presuppone la condivisione di alcune regole. Ad esempio sappiamo che se incontrando una ragazza per strada ci viene voglia di fare sesso con lei, prima siamo costretti a chiederle se è disposta a cederci il suo corpo. Se così non fosse, se lei non fosse consenziente, noi non potremmo pretendere nulla: verrebbe considerato stupro. E noi ritenuti colpevoli.
La legge e i tutori della legge, tenuti ad arrestare coloro che la infrangono, devono però tener conto delle esigenze degli attori in campo. Ad esempio è ovvio che se un poliziotto entra in una discoteca deve tener conto del livello di testosterone che viaggia nell’aria. E deve pur sapere che se una donna ci sculetta davanti noi possiamo pure stare al gioco. Sono questi i codici della discoteca.
Allo stesso modo un arbitro deve tener conto delle esigenze dei giocatori in campo. Ad un certo punto, dopo l’ennesimo fallo addebitato ad uno dei nostri giocatori, un avversario mi si avvicina e si lamenta a sua volta dell’arbitraggio, nonostante stia giovando alla sua squadra. Il fatto è che non riuscivamo più a giocare, non riuscivamo più a ballare: ci arrestavano premeditatamente. Era come se una donna stesse sculettando in discoteca e io magari le vado dietro e le dico "Dai, balliamo!" e magari ogni tanto si lamenta, ma continua pur sempre a giocare: fa parte della sceneggiatura. Ed è come se ad un certo punto arriva un funzionario dell’ordine e mi dicesse di fermarmi.
I funzionari della legge devono interpretare il codice, devono sapersi muovere e comprendere le maglie elastiche del gioco. Qualora accadesse il contrario, qualora le maglie della legge si stringessero troppo rigidamente, ecco che verrebbe meno la magia dell'imprevisto: il terreno lecitamente calpestabile e il ventaglio di azioni ammesse si ridurrebbero drasticamente.
Allora ad un certo punto vado a recuperare una palla in difesa e arriva un funzionario della legge cestistica e mi dice, "Ehi, non puoi farlo!". E me lo aveva detto già cento volte. E allora mi sono chiesto quale fosse il mio raggio d’azione, cosa potessi fare, quale fosse il mio ruolo. Io ero venuto lì per ballare, l’arbitro mi dice di rimanere ai margini. Io m’incazzo.
Poi lo vedo che se ne va in mezzo alla pista e si mette a ballare. Poi vedo che io mi infurio e lo seguo. Lui se ne va a gambe levate. Lui proponeva un certo tipo di gioco. Io un altro.
Prospettive inconciliabili. Meglio starsene alla larga.
“Non so quant’è finita Reggina-Juve”, rispondo al signore. "Io stavo dentro!".
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