martedì 12 febbraio 2008

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Undici Capitolo
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Rabbia 70 - Nichilismo 62
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Certe volte credi di non farcela più. Ti dici che è finita, che le cose si oscureranno per sempre. Poi ad un certo punto accade qualcosa e la storia ricomincia. Succede sempre così. C’è un prima in cui le cose sembrano essere irrisolvibili, e c’è un dopo in cui le cose sembrano essere risolte: la tragedia umana. Tra la prima fase e la seconda c’è un qualcosa, un evento scatenante. Il ciclo si ripete e non moriamo mai. Bene. Il fatto è che non sappiamo da cosa e perché venga scatenato questo evento, è solo fato. E quindi quando le cose passano da uno stato di confusione – apparendo irrisolvibili – ad uno stato di ordine – in cui appaiono risolte - non sappiamo bene chi ringraziare. Ce la siamo scampata di nuovo e ci sentiamo debitori: la tragedia umana. E più si va avanti più questo debito ci appare gravoso. Visto che non moriamo mai siamo costretti ad essere debitori a vita. Inizialmente ci scontriamo con il corso degli eventi: quando siamo giovani crediamo di poter plasmare il mondo, di poterlo frenare. Quando poi hai molti cerotti in testa, quando praticamente hai sbattuto troppe volte contro le cose, te la smetti e cominci a depotenziare la tua volontà. Dopo un alluvione, accetti il fatto che la pioggia cada verso il basso. Ad un certo punto ti dici che la pioggia va verso il basso. E ne prendi atto. Dopo l’alluvione ci si mette insieme al lavoro e vengono raccolti i pezzi, ti dici che in fondo non potevi farci niente. La pioggia cade verso il basso, non sale in cielo. Dopo molti alluvioni perdi la rabbia però. Perché gli alluvioni portano via tutto: non hanno a che fare con la casa, con l’auto, con il garage o con il tetto: l’alluvione si porta via tutto. L’alluvione ha contemporaneamente a che fare con tutte queste cose.
Tra il primo e il secondo tempo entriamo negli spogliatoi e il coach ci guarda in volto e riflette. Dice che in noi non vede rabbia. Io guardo gli occhi dei miei compagni di squadra e vedo il post-moderno: non so perché ma vedo Messenger: sempre connessi, mai presenti. Credo che la rabbia sia un sentimento legato all’era industriale. Credo che oggi tutto sia opacizzato dalla noia, e dal vuoto del nostro linguaggio. Se dico rabbia cento volte: rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia: la rabbia diventa noia. Lo sport è puro atto volitivo, e tutto ciò non può che risentire dello spirito del tempo. Lo stesso vivere è un atto volitivo, che cede soltanto al subentrare della morte. Quindi sei costretto: o giochi o muori.
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