giovedì 7 febbraio 2008

**********

Decimo Capitolo
*
Deruta 67 - Valdiceppo 44
*
Mentre stavo in panchina osservavo i giocatori in campo muoversi, contorcersi, scontrarsi. Tenevo un asciugamano color turchese sopra le ginocchia, per far sì che non si raffreddassero. Osservavo questi giocatori vestire maglie di diverso colore, e poi affaticarsi. Ho subito notato la giovane età dei nostri avversari. Credo che molti di loro possano fare strada, hanno talento cestistico e virtù fisiche. In particolar modo ho notato l’andamento sincopato del playmaker, che riesce ad imprimere un’accelerazione repentina al proprio moto, cambiando direzione quando meno te l’aspetti. Sono ragazzi che hanno davanti a sé un futuro roseo. Poi però ho notato il nostro modo di giocare, e mi sono accorto di un elemento che ci differenziava da loro: la consapevolezza dei nostri gesti, dovuta alla nostra età. E’ un discorso che non ha a che fare con l’una o l’altra squadra, con l’uno o l’altro giocatore. Qui si parla di rughe e tempo. Nel senso che spesso si addebita al tempo le colpe di un imbruttimento irreversibile. Ma spesso non facciamo caso a quanto la maturità garantisca al nostro spostamento nello spazio un ché di eroico. Ad esempio oggi c’era un signore sulla sessantina che passava per strada con una cartella sottobraccio. Non so cosa c’era dentro la cartella, ma di sicuro era una persona adulta. Si avvicina alla vetrina di un negozio di materassi e dall’interno del locale gli si avvicina il proprietario. Credo che fosse un suo amico, perché esordisce mandandolo a ‘fanculo’. Lo chiama per nome e gli dice ‘oh, ma vaffanculo’. Ecco che il signore con la cartella sottobraccio si ferma per un istante e senza voltarsi annuisce col capo e continua dritto.
Credo che il tempo permetta a quelle poche certezze che abbiamo sul mondo di sedimentarsi nella nostra coscienza. E allora se a 15 anni tentiamo di saltare sempre più in alto, a 25 anni tentiamo di saltare sempre meno, perché a volte non ce n’è bisogno. E’ come una corsa verso il deserto, dove le risorse sono sempre più limitate e dove sappiamo già bene che un passo falso può comportare l’arresto del nostro cammino. E allora curiamo meglio i particolari, e ognuno affina al meglio la propria arma segreta. Questo si notava in campo, che alcuni corpi ballavano scomposti, altri arrancavano consapevoli. Credo che la maturità di un giocatore risieda e sia riscontrabile tutta sulla punta di 10 dita: i polpastrelli sono la nostra lingua. Il resto del corpo soltanto un pretesto.

*