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Brico Center Deruta 64 - Leo Terni 72
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“Abbronzate, tutte chiazze, pellirosse un po’ paonazze, son le ragazze che prendono il sol, ma ce n’è una che prende la luna. Tintarella di luna, tintarella color latte, tutta notte sopra il tetto, sopra al tetto come i gatti, e se c’è la luna piena, tu: diventi candida. Tintarella di luna, tintarella color latte, che fa bianca la tua pelle, ti fa bella tra le belle, e se c’è la luna piena, tu diventi candida. Tin tin tin raggi di luna, tin tin tin baciano te, al mondo nessuna è candida come te. Tintarella di luna, tintarella color latte, tutta notte sopra il tetto, sopra al tetto come i gatti, e se c’è la luna piena, tu: diventi candida. Tin tin tin raggi di luna, tin tin tin baciano te, al mondo nessuna è candida come te. Tintarella di luna, tintarella color latte, tutta notte sopra il tetto, sopra al tetto come i gatti, e se c’è la luna piena, tu: diventi candida. E se c’è la luna piena, tu: diventi candida. E se c’è la luna piena, tu: diventi candida, candida, candida!” (Tintarella di luna, Mina).
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Prima della partita abbiamo cantato questa canzone. Dentro al furgone che ci ha accompagnati al Palabrico la radio passava Mina. Mentre fuori calava la notte, dentro la luna ci ha bruciati. La mina che ci ha fatto scoppiare è stato invece il nostro nervosismo: e la nostra sciatteria. Credo che la sciatteria sia una virtù, se opportunamente contestualizzata. E che si diventi nervosi quando ci si vergogna di esser sciatti. La sciatteria ha a che fare con la trascuratezza, con il dimenticarsi del fine del proprio operato. Poco prima di scendere in campo avevamo gli occhi lucidi dal riso. Poco dopo essere scesi in campo avevamo gli occhi lucidi dalla stanchezza e dal senso di colpa. Credo che ad un certo punto ci siamo guardati, affannati e confusi, e ci siamo detti - che cazzo dobbiamo fare ora? Perché in realtà è questo che succede ad un gruppo di amici che si incontrano per praticare lo sport preferito. Il fatto è che alcune persone credono nel gioco, altre nel fine del gioco, nel risultato: ma il gioco non ha fine se non nell’essere perpetuato. Altrimenti il gioco diverrebbe una pratica lavorativa, basata sul guadagno economico.
Ieri l’incontro sportivo ha avuto una lunga durata, anche perché molti spunti di riflessione hanno frammentato e allungato la serata. Uno spunto di riflessione è stato il rapporto che si è venuto a creare e solitamente si instaura tra il pubblico, i giocatori e gli arbitri. Nel corso dei quattro tempi ho guardato a lungo il volto degli arbitri, quasi sempre nervosi e agitati: ché lo stomaco gli si stava intrecciando. Poi ho guardato il volto di tutti gli altri, sempre molto nervosi. Poi ho pensato che non c’è motivo di essere nervosi, ché se un arbitro fischia un infrazione di gioco inesistente non c’è motivo di prendersela. Ad esempio un giorno c’era un signore anziano che passeggiava alle pendici di una montagna scoscesa, attorniato da un gregge di pecore ben addomesticate. Di colpo il signore alza gli occhi e vede che il sole brucia sopra la sua testa. Così non si può, diamine! – disse. E una volta scaldata la gola cominciò ad urlare contro il cielo, sperando che il suono della sua voce rompesse la pioggia ammassata in cielo, per farla grandinare sulla terra arsa. E sul suo capo in fiamme. La voce tremava, il sole sempre più cocente. Ad un certo punto la storia sta per terminare, perché la montagna si sgretola e crolla di colpo sopra al signore in preda all’ira. La montagna, che una volta stava eretta fin su in cielo, va in frantumi e anche il gregge viene coperto dai massi. L’anziano signore e il gregge sono una cosa sola, e la montagna lo sa. Fine della storia.
Con questo intendo dire che la montagna va tenuta ben salda, che altrimenti è un casino. Il fatto è che a volte il sole è cocente e non ci può far niente. Sudi e stai zitto. Stop. Perché nel caso in cui piovesse ci affretteremmo ad invocare il bel tempo. E' tutta una questione di tempi, che tanto la montagna sta ferma lì.
Ieri l’incontro sportivo ha avuto una lunga durata, anche perché molti spunti di riflessione hanno frammentato e allungato la serata. Uno spunto di riflessione è stato il rapporto che si è venuto a creare e solitamente si instaura tra il pubblico, i giocatori e gli arbitri. Nel corso dei quattro tempi ho guardato a lungo il volto degli arbitri, quasi sempre nervosi e agitati: ché lo stomaco gli si stava intrecciando. Poi ho guardato il volto di tutti gli altri, sempre molto nervosi. Poi ho pensato che non c’è motivo di essere nervosi, ché se un arbitro fischia un infrazione di gioco inesistente non c’è motivo di prendersela. Ad esempio un giorno c’era un signore anziano che passeggiava alle pendici di una montagna scoscesa, attorniato da un gregge di pecore ben addomesticate. Di colpo il signore alza gli occhi e vede che il sole brucia sopra la sua testa. Così non si può, diamine! – disse. E una volta scaldata la gola cominciò ad urlare contro il cielo, sperando che il suono della sua voce rompesse la pioggia ammassata in cielo, per farla grandinare sulla terra arsa. E sul suo capo in fiamme. La voce tremava, il sole sempre più cocente. Ad un certo punto la storia sta per terminare, perché la montagna si sgretola e crolla di colpo sopra al signore in preda all’ira. La montagna, che una volta stava eretta fin su in cielo, va in frantumi e anche il gregge viene coperto dai massi. L’anziano signore e il gregge sono una cosa sola, e la montagna lo sa. Fine della storia.
Con questo intendo dire che la montagna va tenuta ben salda, che altrimenti è un casino. Il fatto è che a volte il sole è cocente e non ci può far niente. Sudi e stai zitto. Stop. Perché nel caso in cui piovesse ci affretteremmo ad invocare il bel tempo. E' tutta una questione di tempi, che tanto la montagna sta ferma lì.
Durante l’incontro l’allenatore mi dice di marcare il numero 10 della squadra avversaria. Lui mi guarda e ironicamente mi dice - ma proprio tu dovevi marcarmi? Al di là dell’apprezzamento, colto implicitamente dalle sue parole, ho riflettuto sul rapporto che lega giocatori di squadre avversarie: ci si parla, ci si scontra o si scherza. Ci si rivolge delle accuse, ci si stringe la mano a fine gara. Poi ognuno prende la sua strada e ci si rivede dopo molti mesi, oppure non ci si rivede più. Si da confidenza a qualcosa che sta sulla carta, ad un nome, che si manifesta fisicamente soltanto durante l’incontro: due volte l'anno. Io leggo il nome di un mio avversario sul tabellino di una gara che trovo sul giornale sportivo del lunedì e poi mi faccio un’idea di lui: ad esempio una persona segna 30 punti per più di tre volte e allora mi rimane nella memoria, oppure per cinque volta di fila risolve la partita ad un secondo dalla fine. E mi rimane ancora di più nella memoria. E poi dopo molte settimane, incontro quell’avversario in campo: che c’ha una sua fisicità, che corre e che non è frutto di un accostamento di caratteri impressi sul giornale. Non è più soltanto un nome, ma una persona, e le si da confidenza, anche se si rimane muti durante tutto l’incontro. Nel senso che io gioco con lui, mi rapporto ludicamente ad un altro autore in campo. Ma poi non lo rivedo più. E questa confidenza è ambigua e non riportabile a parole: è soltanto frutto di una struttura, che ci include, che prima è un’idea (il gioco del basket), poi una realtà (lo sport del basket), poi un’associazione di società (la lega basket), poi un’associazione di squadre umbre di una certa categoria (la C2 umbra), poi un’associazione di persone (le squadre umbre), poi un’azione (la partita di basket). E’ tutta questione di strutture, all’interno del quale poi ci si muove con disinvoltura: basta togliere i freni. Credo che questa sia un’altra valida caratteristica per definire il concetto di gioco: che ti muovi liberamente all’interno di una struttura, perché senza codici comportamentali condivisibili non avrebbe luogo il linguaggio del basket. Dentro la struttura invece ci scivoli liscio.
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Secondo le regole del gioco dovremmo essere dei guerrieri, che momentaneamente sono però privi di volontà: però ma nonostante tutto. Dicevamo che allora i guerrieri del Deruta se ne stavano tranquilli nel furgone in corsa, diretti verso il campo di battaglia: e scherzavano baldanzosi, intonando 'Tintarella di luna' : “Finché non si trovavano di fronte i campioni nemici, scudo a scudo. Cominciavano i duelli, ma già il suolo essendo ingombro di carcasse e cadaveri, ci si muoveva a fatica, e dove non potevano arrivarsi, si sfogavano a insulti. Lì era decisivo il grado e l’intensità dell’insulto, perché a seconda se era offesa mortale, sanguinosa, insostenibile, media o leggera, si esigevano diverse riparazioni o anche odi implacabili che venivano tramandate ai discendenti. Quindi, l’importante era capirsi, cosa non facile tra mori e cristiani in mezzo a loro; se ti arrivava un insulto indecifrabile, che potevi farci? Ti toccava tenertelo e magari ci restavi disonorato per la vita. Quindi a questa fase del combattimento partecipavano gli interpreti, truppa rapida, d’armamento leggero, montata su certi cavallucci, che giravano intorno, coglievano a volo gli insulti e li traducevano di botto nella lingua del destinatario. […]. Gira gira è sempre la stessa roba che passa da un campo all’altro e da un reggimento all’altro dello stesso campo; e la guerra cos’è poi se non questo passarsi di mano in mano roba sempre più pesante?” (da Il cavaliere inesistente, Italo Calvino). Ora percorriamo il nostro tragitto con serenità, che la montagna non crolla; in fondo era solo un incubo, forse un atto volitivo troppo ardimentoso.
Secondo le regole del gioco dovremmo essere dei guerrieri, che momentaneamente sono però privi di volontà: però ma nonostante tutto. Dicevamo che allora i guerrieri del Deruta se ne stavano tranquilli nel furgone in corsa, diretti verso il campo di battaglia: e scherzavano baldanzosi, intonando 'Tintarella di luna' : “Finché non si trovavano di fronte i campioni nemici, scudo a scudo. Cominciavano i duelli, ma già il suolo essendo ingombro di carcasse e cadaveri, ci si muoveva a fatica, e dove non potevano arrivarsi, si sfogavano a insulti. Lì era decisivo il grado e l’intensità dell’insulto, perché a seconda se era offesa mortale, sanguinosa, insostenibile, media o leggera, si esigevano diverse riparazioni o anche odi implacabili che venivano tramandate ai discendenti. Quindi, l’importante era capirsi, cosa non facile tra mori e cristiani in mezzo a loro; se ti arrivava un insulto indecifrabile, che potevi farci? Ti toccava tenertelo e magari ci restavi disonorato per la vita. Quindi a questa fase del combattimento partecipavano gli interpreti, truppa rapida, d’armamento leggero, montata su certi cavallucci, che giravano intorno, coglievano a volo gli insulti e li traducevano di botto nella lingua del destinatario. […]. Gira gira è sempre la stessa roba che passa da un campo all’altro e da un reggimento all’altro dello stesso campo; e la guerra cos’è poi se non questo passarsi di mano in mano roba sempre più pesante?” (da Il cavaliere inesistente, Italo Calvino). Ora percorriamo il nostro tragitto con serenità, che la montagna non crolla; in fondo era solo un incubo, forse un atto volitivo troppo ardimentoso.
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