Terzo Capitolo
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Giramondo Spoleto 71 - Brico Center Deruta 65
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Non sono molti i pensieri che mi sono passati per la testa ieri sera. Pochi, molto pochi a dire la verità. La mia partita è stata accompagnata solo da imprecazioni e incazzature. Il pensiero principale era sempre quello che mi perseguita durante tutte le partite che giochiamo, e che sono alla nostra portata. Come quella contro lo Spoleto: ‘Non si può perdere contro questi qua!’. E invece abbiamo perso. E me ne sono accorto soltanto quando ormai l'arbitro fischiava tutto a favore loro, quando abbiamo fatto falli stupidi e perso dei palloni importanti durante l'ultimo minuto. Ormai era fatta e dentro di me c’era solo rabbia e delusione per una partita giocata male e buttata, spazzata via totalmente come fa il vento con le foglie secche. Accade che ad un certo punto ti ritrovi con la faccia a terra, con una guancia che tocca il terreno, che in questo caso era di legno. Ti ritrovi disteso a terra, magari affannato, che ce l’hai messa tutta ad arrivare fino a dove sei arrivato, ma che poi non te ne importa più niente. A pochi minuti dalla fine dell’incontro mi è successa la stessa cosa. Tento una penetrazione e un tiro difficile, e la palla mi scivola dalle mani. Perdo il possesso e capisco che l’incontro è quasi giunto al termine. Dopo il salto cado a terra e non mi rialzo per alcuni secondi: che sono sembrate ore. Con l’occhio sinistro vedevo le scarpe nere dell’arbitro muoversi verso di me, e passare oltre: niente fallo, niente giustificazioni al mio errore. Tutti ad affannarsi la sopra e io a terra a panciare sul parquet. In questi casi di disperazione generale, dove tutti sembrano gridare all’allarme, e dove sei tu il responsabile del panico, le tue reazioni possono essere: o ti alzi e dici ‘ci penso io, non vi preoccupate’ e così facendo ti fai causa e risolutore della causa, oppure lasci che il sacco che avevi sulle spalle cada a terra e ti abbandoni. Ti dimentichi dell’oggetto per cui stavi lottando. Mi viene in mente una carovana di fedeli in pellegrinaggio verso la Terra Santa, dove ognuno porta dei regali in dono al signore. Donare, ovvero dare senza chiedere nulla in cambio, equivale ad un gesto di fede: cioè credi profondamente nella causa che stai sostenendo, credi nel Signore, senza che questo ti mostri la sua gratitudine: non ce n’è bisogno. E allora mentre stavo con la pancia a terra era come se non ce la facessi più a reggere quelle sacche piene di speranza; mi è venuta voglia di gettarle, di abbandonarle lungo la strada, come i fedeli abbandonano il Signore. Sostanzialmente credo che tutto ciò abbia a che fare con la volontà, che ad un certo punto ti abbandona: il tuo corpo non è più tuo. Mentre stavo in panchina ho visto cinque luci provenire dall’esterno del palasport e amplificarsi attraverso le vetrate. E allora ho capito che l’unica fede che si può avere per praticare uno sport è la fede per la distrazione e l’intrattenimento, che quando giochi ti sottrai alle logiche del mondo esterno. Pecci è una persona molto distratta, che quando tira è una poesia. Per quanto riguarda la partita in senso fisico, di pensieri precisi non ce ne sono stati, solo rabbia e delusione, per alcuni fischi arbitrali non proprio correttissimi, per i palloni che abbiamo buttato nel cesso e per alcuni miei tiri finiti dall'altra parte del campo senza scalfissero minimamente il ferro. Una delusione che mi ha perseguitato per tutto il tragitto di ritorno, addolcita solo dai mitici racconti di Michele Fiorini. Ps: una menzione speciale e doverosa va al cartellone che le fans, arrivate persino a Spoleto, hanno portato con sé. Un gesto a mio parere molto carino da commentare.