martedì 27 novembre 2007

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Primo Capitolo
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Brico Center Deruta 74 - Uisp Perugia 65
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Quando siamo entrati in campo faceva freddo. Poi sono comparse le prime luci, i primi spettatori sugli spalti, i primi costumi di scena. La partita stava per iniziare e il nervosismo si faceva sentire in me e in tutta la Brico Arena: il palco era pronto. Credo che nessuno, senza togliere nulla agli altri, senta sua questa squadra come me. Sono praticamente nato e cresciuto cestisticamente con questa società. Da 22 anni indosso questa maglietta e questo numero, e questa è la squadra del mio paese. Mi incazzo a perdere in allenamento, figuriamoci in partita. Detto questo volevo assolutamente vincere. Scrivo i pensieri che mi sono venuti in mente durante la partita. Partirei da quando Casavecchia prendeva le botte, beh io ridevo sempre. E’ una cosa tra me e lui, ogni volta che prendiamo botte, cazzotti, calci, voli, beh noi ridiamo dell'altro. Così ho fatto io stasera per ben 3 volte. Per fortuna partiamo subito bene e prendiamo 10 punti di vantaggio. Il clima in panchina si fa più disteso e guardo le tribune che pian piano si fanno sempre più piene. Cazzo non c'era mai stata così tanta gente a vedere una nostra partita. Allora stiamo facendo veramente qualcosa di buono e di ‘importante’ se c'è tanta gente che ci segue. Lo so, sono tutti amici o parenti ma chi se ne frega, è bello giocare così sentendo il pubblico che ti incita. Ti viene voglia di dare anche di più delle tue possibilità. Quando il tuo amico ha detto ‘Viva il presidente!’, mi sono detto ‘Che mito!’ (il tuo amico). La partita è tranquilla, a parte il terzo quarto quando si rifanno sotto e quando uno dell'altra squadra comincia ad agitarsi un po' troppo in campo. Per fortuna in questo momento non ci sono io in campo e non lo devo marcare, altrimenti non so come sarebbe finita. Ugo riesce a controllarsi, forse io avrei fatto diversamente, qualche gomitata in più ci sarebbe scappata. Perché ci sono alcune persone che non sono consapevoli del proprio operato, dei propri gesti. Ad un certo punto, quando ho preso un cazzotto sul naso, ho guardato negl’occhi il mio avversario, quello che mi aveva colpito al volto mentre stavo per tirare, e mi è venuto in mente il mio gatto Giotto, morto tanti anni fa. Questo gatto era grigio e nero, coi baffi lunghi e una gran voglia di scompigliare la casa. Un giorno c’era una gallina dentro una pentola, sopra i fornelli della cucina. A casa non c’era nessuno, solo Giotto, che indisturbato continuava a spolpare la carne ancora cruda della gallina. Poi c'era una biondina, sempre sugli spalti che ogni tanto si alzava in piedi, a mio avviso quando non ce n'era motivo, come se facesse la diva, la miss, come se si volesse far vedere da qualcuno, al ché mi sono detto (tanto ormai la mia partita era finita, ero praticamente immobile) ‘ma quella che cazzo sta facendo? Perché sta in piedi in quel modo?’. Al rientro, verso le 10 di sera, io e la mia famiglia cogliamo il gatto sul fatto. Di colpo si volta e leccandosi i baffi ci guarda fisso negli occhi, come per prevedere la nostra reazione al suo gesto. Aveva mangiato una gallina intera, che noi avremmo dovuto consumare come pasto per la cena. Quindi ad un certo punto c’era un gatto sopra i fornelli, con le spalle al muro e una gran voglia di fuggire. E c’eravamo io e la mia famiglia fermi davanti a lui, e incazzati neri, perché inoltre avevamo fame. Il gatto prima fa le fusa poi comincia a tremare, e dentro di sé alterna i due stati d’animo cercando di rimanere impassibile fuori. Poi ci siamo resi conto che il gatto non aveva fatto nulla di male, perché in fondo aveva avuto a che fare con altri della sua specie. Così io e la mia famiglia ci siamo seduti intorno al tavolo, a mangiare ciò che avevamo conservato in frigo. Poi ovviamente spesso buttavo lo sguardo verso gli spalti per vedere che gente c'era. Sorridenti, abbiamo cominciato a discutere del più e del meno, mentre il gatto ci guardava esterrefatto e confuso dall’alto verso il basso, anche se stava a terra. Si sarà chiesto perché non lo abbiamo più punito, ma essendo Giotto non avrà avuto modo di riflettere a lungo sui propri errori. Dopo pochi minuti ricominciava a scodinzolare nuovamente, come se nulla fosse accaduto. Spero che Giotto impari a scodinzolare un po’ meno. Però che goduria quando gliel'ha messa in faccia con fallo subito, ero di fianco a Ugo e non so chi dei due ha goduto di più dentro di sé. Poi verso la fine della partita quando io ero collassato in panchina con la busta del ghiaccio nel culo e la Uisp stava rosicando punti su punti, pensavo tra me e me: ‘Alè!, Stai a vedere che ci tocca fare i supplementari!’. Finita la partita mi sono sentito davvero bene mentre salutavamo il pubblico che ci applaudiva per la vittoria e la prestazione. Io e la mia famiglia, prima di andare a fare la doccia, ci siamo voltati e abbiamo salutato quel pubblico, che aveva assistito al misfatto, diviso in 4 atti. L’applauso era rivolto sia a noi che al gatto. Ma l’eco dell’applauso risuonava solo in noi, perché siamo stati in grado di ricordarlo e rievocarlo, attraverso la parola: come stiamo facendo ora. E poi la felicità sulle facce dei miei compagni dentro lo spogliatoio. Per finire, appena ho visto Solfaroli, beh, ‘Grande Solfa!’ Questo è tutto. Siamo proprio un bel gruppo quest’anno. Ci toglieremo davvero tante soddisfazioni. Intanto godiamoci questi due giorni di meritato riposo che la prossima sarà una settimana terribile.