sabato 3 maggio 2008

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Brico Center Deruta 73 - Casa del Lampadario Ellera 62
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"Vorrei ringraziare tutti i ragazzi per la passione e l´impegno che hanno dimostrato in tutto l´arco della stagione, quelli che hanno trovato maggior spazio in campo e quelli che pur avendo meno soddisfazioni personali hanno dimostrato serietà, attaccamento alla maglia e un atteggiamento verso il gruppo da prendere ad esempio". (Coach AF)
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giovedì 24 aprile 2008

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Questa sera iniziano i play-out. A volte bisogna solo giocare.
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martedì 26 febbraio 2008

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Tredicesimo Capitolo
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Leo Terni 76 - Brico Center Deruta 66
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“Com’è finita Reggina-Juve?”, mi chiede un signore fuori dal Palasport di Terni. Dentro c’era la nostra partita, fuori c’eravamo noi due, che fumavamo. Tra noi due e la partita di basket dentro c’era un vetro molto opaco e un’espulsione nei miei confronti: queste due cose ci separavano dai giocatori e dal pubblico e dal gioco in generale. Stava per riprendere il quarto quarto.
Il gioco presuppone la condivisione di alcune regole. Ad esempio sappiamo che se incontrando una ragazza per strada ci viene voglia di fare sesso con lei, prima siamo costretti a chiederle se è disposta a cederci il suo corpo. Se così non fosse, se lei non fosse consenziente, noi non potremmo pretendere nulla: verrebbe considerato stupro. E noi ritenuti colpevoli.
La legge e i tutori della legge, tenuti ad arrestare coloro che la infrangono, devono però tener conto delle esigenze degli attori in campo. Ad esempio è ovvio che se un poliziotto entra in una discoteca deve tener conto del livello di testosterone che viaggia nell’aria. E deve pur sapere che se una donna ci sculetta davanti noi possiamo pure stare al gioco. Sono questi i codici della discoteca.
Allo stesso modo un arbitro deve tener conto delle esigenze dei giocatori in campo. Ad un certo punto, dopo l’ennesimo fallo addebitato ad uno dei nostri giocatori, un avversario mi si avvicina e si lamenta a sua volta dell’arbitraggio, nonostante stia giovando alla sua squadra. Il fatto è che non riuscivamo più a giocare, non riuscivamo più a ballare: ci arrestavano premeditatamente. Era come se una donna stesse sculettando in discoteca e io magari le vado dietro e le dico "Dai, balliamo!" e magari ogni tanto si lamenta, ma continua pur sempre a giocare: fa parte della sceneggiatura. Ed è come se ad un certo punto arriva un funzionario dell’ordine e mi dicesse di fermarmi.
I funzionari della legge devono interpretare il codice, devono sapersi muovere e comprendere le maglie elastiche del gioco. Qualora accadesse il contrario, qualora le maglie della legge si stringessero troppo rigidamente, ecco che verrebbe meno la magia dell'imprevisto: il terreno lecitamente calpestabile e il ventaglio di azioni ammesse si ridurrebbero drasticamente.
Allora ad un certo punto vado a recuperare una palla in difesa e arriva un funzionario della legge cestistica e mi dice, "Ehi, non puoi farlo!". E me lo aveva detto già cento volte. E allora mi sono chiesto quale fosse il mio raggio d’azione, cosa potessi fare, quale fosse il mio ruolo. Io ero venuto lì per ballare, l’arbitro mi dice di rimanere ai margini. Io m’incazzo.
Poi lo vedo che se ne va in mezzo alla pista e si mette a ballare. Poi vedo che io mi infurio e lo seguo. Lui se ne va a gambe levate. Lui proponeva un certo tipo di gioco. Io un altro.
Prospettive inconciliabili. Meglio starsene alla larga.
“Non so quant’è finita Reggina-Juve”, rispondo al signore. "Io stavo dentro!".
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lunedì 18 febbraio 2008

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Dodicesimo capitolo
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Deruta 82 - Madonna Alta 87
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La partita di Sabato se ne è andata pian piano dentro al cesso. Peccato, perché secondo me anche questa volta, per colpa di due o tre cazzate di troppo ci siamo fatti sfuggire la partita. Ma volevo assolutamente sottolineare ed elogiare i numeri fatti in campo dal capitano: sembrava uno di quei giocatori che ti crei alla playstation, quello al quale metti 99 su ogni casella: palleggio, tiro, velocità, salto...Davvero un grande! Purtroppo mi è mancato il caro Pit, quando il Pit c'è, quando è presente, anche le giornate più nere diventano allegre. Adesso ci aspettano delle partite davvero difficili e come andrà a finire il tutto non lo so. Ma rimaniamo fiduciosi.
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martedì 12 febbraio 2008

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Undici Capitolo
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Rabbia 70 - Nichilismo 62
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Certe volte credi di non farcela più. Ti dici che è finita, che le cose si oscureranno per sempre. Poi ad un certo punto accade qualcosa e la storia ricomincia. Succede sempre così. C’è un prima in cui le cose sembrano essere irrisolvibili, e c’è un dopo in cui le cose sembrano essere risolte: la tragedia umana. Tra la prima fase e la seconda c’è un qualcosa, un evento scatenante. Il ciclo si ripete e non moriamo mai. Bene. Il fatto è che non sappiamo da cosa e perché venga scatenato questo evento, è solo fato. E quindi quando le cose passano da uno stato di confusione – apparendo irrisolvibili – ad uno stato di ordine – in cui appaiono risolte - non sappiamo bene chi ringraziare. Ce la siamo scampata di nuovo e ci sentiamo debitori: la tragedia umana. E più si va avanti più questo debito ci appare gravoso. Visto che non moriamo mai siamo costretti ad essere debitori a vita. Inizialmente ci scontriamo con il corso degli eventi: quando siamo giovani crediamo di poter plasmare il mondo, di poterlo frenare. Quando poi hai molti cerotti in testa, quando praticamente hai sbattuto troppe volte contro le cose, te la smetti e cominci a depotenziare la tua volontà. Dopo un alluvione, accetti il fatto che la pioggia cada verso il basso. Ad un certo punto ti dici che la pioggia va verso il basso. E ne prendi atto. Dopo l’alluvione ci si mette insieme al lavoro e vengono raccolti i pezzi, ti dici che in fondo non potevi farci niente. La pioggia cade verso il basso, non sale in cielo. Dopo molti alluvioni perdi la rabbia però. Perché gli alluvioni portano via tutto: non hanno a che fare con la casa, con l’auto, con il garage o con il tetto: l’alluvione si porta via tutto. L’alluvione ha contemporaneamente a che fare con tutte queste cose.
Tra il primo e il secondo tempo entriamo negli spogliatoi e il coach ci guarda in volto e riflette. Dice che in noi non vede rabbia. Io guardo gli occhi dei miei compagni di squadra e vedo il post-moderno: non so perché ma vedo Messenger: sempre connessi, mai presenti. Credo che la rabbia sia un sentimento legato all’era industriale. Credo che oggi tutto sia opacizzato dalla noia, e dal vuoto del nostro linguaggio. Se dico rabbia cento volte: rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia rabbia: la rabbia diventa noia. Lo sport è puro atto volitivo, e tutto ciò non può che risentire dello spirito del tempo. Lo stesso vivere è un atto volitivo, che cede soltanto al subentrare della morte. Quindi sei costretto: o giochi o muori.
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giovedì 7 febbraio 2008

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Decimo Capitolo
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Deruta 67 - Valdiceppo 44
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Mentre stavo in panchina osservavo i giocatori in campo muoversi, contorcersi, scontrarsi. Tenevo un asciugamano color turchese sopra le ginocchia, per far sì che non si raffreddassero. Osservavo questi giocatori vestire maglie di diverso colore, e poi affaticarsi. Ho subito notato la giovane età dei nostri avversari. Credo che molti di loro possano fare strada, hanno talento cestistico e virtù fisiche. In particolar modo ho notato l’andamento sincopato del playmaker, che riesce ad imprimere un’accelerazione repentina al proprio moto, cambiando direzione quando meno te l’aspetti. Sono ragazzi che hanno davanti a sé un futuro roseo. Poi però ho notato il nostro modo di giocare, e mi sono accorto di un elemento che ci differenziava da loro: la consapevolezza dei nostri gesti, dovuta alla nostra età. E’ un discorso che non ha a che fare con l’una o l’altra squadra, con l’uno o l’altro giocatore. Qui si parla di rughe e tempo. Nel senso che spesso si addebita al tempo le colpe di un imbruttimento irreversibile. Ma spesso non facciamo caso a quanto la maturità garantisca al nostro spostamento nello spazio un ché di eroico. Ad esempio oggi c’era un signore sulla sessantina che passava per strada con una cartella sottobraccio. Non so cosa c’era dentro la cartella, ma di sicuro era una persona adulta. Si avvicina alla vetrina di un negozio di materassi e dall’interno del locale gli si avvicina il proprietario. Credo che fosse un suo amico, perché esordisce mandandolo a ‘fanculo’. Lo chiama per nome e gli dice ‘oh, ma vaffanculo’. Ecco che il signore con la cartella sottobraccio si ferma per un istante e senza voltarsi annuisce col capo e continua dritto.
Credo che il tempo permetta a quelle poche certezze che abbiamo sul mondo di sedimentarsi nella nostra coscienza. E allora se a 15 anni tentiamo di saltare sempre più in alto, a 25 anni tentiamo di saltare sempre meno, perché a volte non ce n’è bisogno. E’ come una corsa verso il deserto, dove le risorse sono sempre più limitate e dove sappiamo già bene che un passo falso può comportare l’arresto del nostro cammino. E allora curiamo meglio i particolari, e ognuno affina al meglio la propria arma segreta. Questo si notava in campo, che alcuni corpi ballavano scomposti, altri arrancavano consapevoli. Credo che la maturità di un giocatore risieda e sia riscontrabile tutta sulla punta di 10 dita: i polpastrelli sono la nostra lingua. Il resto del corpo soltanto un pretesto.

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lunedì 28 gennaio 2008

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Nono Capitolo
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Ponte Vecchio 74 - Deruta 53
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I primi commenti in vista della partita erano del tipo buttiamola su una partitina a carte. Una briscoletta tra amici, Giulio proponeva di mettere un pò di tavoli in mezzo al campo,birra in mano e via: giochiamo a carte!L'idea era di dar vinta loro la partita a tavolino, tutte cazzate dette per allentare la tensione. La ponte è una corazzata,forte su tutti i piani psico-fisico-tecnici e noi siamo la classica squadra operaia che deve lottare con tutti i mezzi per salvarsi!
Tutto questo credo che lo abbiamo dimostrato ancora una volta in campo,contro una delle formazioni più forti in assoluto del nostro campionato,ci siamo sbattuti come stiamo facendo da un pò di partite a questa parte! Sono convinto che se continuiamo così ce la giocheremo sempre con tutti! Devo confessare che la mia prima intensione era sicuramente quella di fare bene,ma soprattutto di fare riscaldamento con in sopramaglia della Pontevecchio,per poi vedere la reazione del mitico presidente Max Gentili che purtroppo,assieme a molti altri,non hanno potuto assistere alla partita! Fa sempre un grande effetto giocare contro una squadra del genere. Per me ieri è stato così, pensare che con molti di loro ho giocato per molti anni insieme, l'altro giorno sono pure andato a casa di luca a mangiare le crepes con la nutella. Con matia sono arrivato da marino fa mercato per comprare un divano ed una poltroncina. Poi quando ti ritrovi a giocarci contro l'effetto è veramente strano. Ultima cosa: spero vivamente in un ritorno rapido e soprattutto a pieno regime del nostro play roboCOPP. Eh si, non sono tagliato per fare il playmaker. 5 minuti vanno bene, ma quando iniziano ad essere più, beh, la grandine fa meno danni!

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